Rubriche di
Patrizia Fontana Roca

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RECENSIONE DELLA MOSTRA "GESU' E IL MONDO DEL LAVORO"
– Piombino, 28 luglio - 25 Agosto 2007 -


Si è riproposto a Piombino l’evento che da anni vede in mostra le stampe devozionali, un percorso a tema attraverso le immaginette della pietà popolare. Alla sua IX sessione, la Biennale di Arte Sacra offre ai suoi visitatori una selezione di stampe su “Gesù e il mondo del lavoro”, titolo della Mostra e della pubblicazione presentata al pubblico, nel corso dell’inaugurazione.
Nel chiostro di S. Antimo, suggestiva cornice quattrocentesca in cui l’esposizione è stata allestita, il Sindaco, i Presidenti del Consiglio Comunale e Circoscrizionale, l’Assessore al Decentramento, hanno espresso il loro apprezzamento per l’iniziativa e l’operato degli organizzatori e collaboratori tutti, particolarmente il gruppo di volontari che hanno permesso di concretizzare un progetto ambizioso; ci si riconosce pienamente – si è detto – nella volontà di recuperare i legami con una cultura del lavoro, che qui a Piombino ha connotato profondamente lo sviluppo del territorio. Occorre sapere da dove veniamo, e trasmettere il patrimonio di cui siamo eredi, ripercorrendo il vissuto, l’oggettività che vi si legge, come pure l’idealità, le domande e le aspettative che vi si rispecchiano. Possiamo così riconoscere, nelle forme espressive del sentimento popolare, il messaggio universale di valori e principi al di là del tempo, testimoniati da un’ iconografia talvolta ingenua, arcaica e reiterativa, tuttavia efficace nella sua sorprendente varietà di linguaggi.
Il prof. Arnaldo Nesti, presentando l’iniziativa, ha svolto alcune riflessioni sull’importanza della religiosità popolare, che questi materiali rappresentano visivamente; ciò che documentano, dunque, ha un carattere nazionale, denota un modo di sentire della gente.
Il santino, inoltre, è stato un segno identitario per generazioni di emigranti, che l’hanno portato con sé in terre molto lontane; in questo senso è un documento storico del sentire diffuso.
Il Vescovo Mons. Santucci ha avuto parole di adesione profonda al progetto museale, esprimendo il proprio interesse per quest’arte semplice e familiare, come fatto di costume, in cui diviene protagonista anche l’umile figurazione della “Sacra Famiglia nella bottega”, e affermando inoltre che quest’arte ci appartiene, coglie un aspetto comune a tutti noi: chi non ha un santino, a cui orientare le proprie domande interiori?
Il tema del lavoro, ha poi continuato Mons. Santucci, può esser letto come liberante solo attraverso alcuni principi di lettura: nel Vangelo, dove tutti sono fratelli, uguali davanti a Dio, si rovesciano i rapporti di forza del mondo; le categorie del perdono e del servizio aprono alla dimensione innovativa del cristianesimo.
E il lavoro va poi considerato come riscatto, laboriosità in opposizione all’accattonaggio. Ma può snaturare i rapporti umani, familiari; pensiamo alla questione attuale delle famiglie che poco prestano attenzione ai propri membri, prese come sono dalla molteplicità delle incombenze pratiche….
Al termine del suo intervento, il Vescovo ha letto un messaggio del Santo Padre, di apprezzamento per questa Mostra di arte, attenta alla religiosità.
Infine la prof. Gulli Grigioni, studiosa di oggetti e documenti figurativi legati alla tradizione popolare e religiosa, ha innanzitutto rilevato la particolare significatività della Biennale d’Arte Sacra, unica per la sua longevità. Il lavoro progettuale - ha riferito- si è articolato distinguendo le tipologie di santini, tra ‘600 e ‘900, sulla base del tema previsto; realizzati tra XVII e XIX sec. prevalentemente con finalità didattiche, la loro radice va ricercata, oltre che nella letteratura biblica, nelle direttive postridentine, nell’ideologia gesuitica regista di simboli e allegorie, nella ricchezza dell’immaginario barocco alimentata dalle figure retoriche della predicazione, della letteratura, della scenografia teatrale, della passione per gli strumenti scientifici. Le immagini del Novecento, poi, riflettono l’attenzione alla “questione sociale”, l’attività di Leone XIII e la sua fondamentale enciclica Rerum Novarum, in cui si affronta la questione operaia, sollecitando la nascita di iniziative e di associazioni a tutela dei lavoratori.
Sarebbe opportuno, ha affermato la studiosa, raccogliere ed esaminare gli opuscoli devozionali dedicati agli operai, indagare le forme di una pietà operaia che trovava espressione ancora negli anni del dopoguerra, tempo di ricostruzione, e ricerca di nuovo ordine sociale.
Nel corso degli interventi è stato più volte espresso l’auspicio e la sollecitazione a progettare la prossima esposizione, la X Biennale d’Arte Sacra, nella prospettiva di farne un’occasione particolarmente qualificata: non solo una Mostra di santini, ma una iniziativa di arricchimento culturale, più articolata sul piano dei contenuti e dei materiali documentari, nell’attenzione alle tematiche legate al territorio, e all’interesse di quanti, in questi anni di attività culturale, non hanno fatto mancare incoraggiamento, stima e collaborazione, permettendo così la crescita e la continuità dell’evento stesso. Gli organizzatori nell’insieme sono stati dunque investiti di questo segnale propositivo, a cui dedicare la loro riflessione nei mesi a venire, nello spirito di una armonica cooperazione fra tutte le componenti rappresentative della città.

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L’APPRENDISTA GESU' NELLA BOTTEGA DI NAZARETH - TIPOLOGIE ICONOGRAFICHE


Le fonti testuali e iconografiche relative all’infanzia, fanciullezza e giovinezza di Gesù hanno tramandato, per secoli (1), episodi e tematiche ricchi di elementi fantasiosi e poetici, insieme a quelli che potremmo definire ufficiali, cioè riconosciuti e legittimati dai decreti conciliari in materia di arte sacra (2).
I numerosi testi evangelici, canonici e non, ispirarono una quantità di leggende, di credenze, devozioni e culti di cui nel tempo si è ridotta la pratica e la memoria, ma non le tracce, presenti in quelle forme espressive della cultura religiosa, il linguaggio figurativo e la tradizione orale, in cui sono parzialmente sopravvissute.
L’età della Controriforma ha poi segnato una svolta determinante, introducendo una codificazione dell’immagine sacra a scapito dell’inventiva artistica, e a vantaggio di un’aderenza rigorosa ai temi biblici; nell’intento di disciplinare gli aspetti della cultura cattolica, la Chiesa volle improntare ogni forma di espressione religiosa a questi nuovi dettami, e inquadrare in un’ottica intenzionalmente catechetica la produzione artistica e testuale.
L’azione di controllo, fortemente censoria, che da allora si esercitò, ebbe l’effetto di modificare, in buona parte, gli schemi tradizionali antecedenti, in quanto segnò la scomparsa parziale o totale, o a volte la trasformazione, di elementi extracanonici, di derivazione apocrifa, stigmatizzati e condannati dal Concilio di Trento.
La religiosità conobbe, in questo periodo, nuove pratiche devozionali e forme di pietà; e il nuovo si sovrappose all’antico, generando testimonianze in cui leggiamo la stratificazione di tipi, simbologie, stili e caratteri, eredità di un tempo lontano, e insieme troviamo pure l’evidenziazione di sentimenti forti e profondi, resi con realismo scenografico.
Dove affondava le radici questa variegata tradizione, destinata solo in parte a scomparire?
Le generazioni dei primi secoli dettero vita a narrazioni estranee alla tradizione apostolica, e quindi si determinò la diffusione di una letteratura di ispirazione popolare, intrisa di elementi immaginifici, in cui il prodigio e i sentimenti primordiali trovavano largo spazio; accanto alle fonti dei testimoni autentici della vita terrena di Gesù, circolavano quindi leggende e narrazioni stravaganti, su cui più volte l’autorità ecclesiastica si espresse, senza per questo cancellarne le tracce, che hanno continuato a sopravvivere.
Del resto il bisogno di visività aveva sollecitato narrazioni descrittive delle vicissitudini della Sacra Famiglia, per conoscere in dettaglio quanto era accaduto a Nazareth e a Betlemme…
E’ opportuno qui ripercorrere sinteticamente l’iconografia di Gesù nel contesto del ciclo dell’infanzia, che nell’antichità prevedeva una sequenza codificata (Nascita, Presentazione al Tempio, Fuga in Egitto, Gesù al Tempio fra i Dottori); solo dopo il Rinascimento si avrà interesse a sviluppare temi e motivi latenti, cioè noti ma estranei agli schemi usuali.
All’inizio del IV sec. comparvero le prime testimonianze iconografiche di s. Giuseppe faber lignarius; il Testini afferma che ciò sembra “sottintendere implicitamente la volontà di proporre l’immagine del pater familias nella quotidiana operosità degli umili, schietto nell’aspetto come nella semplicità del suo animo. E’ dunque un tipo carico di realismo e perciò coerente con lo spirito della società occidentale, la quale, come ad esempio preferì vedere il martire non nella ieratica trascendenza dell’arte orientale ma nella realtà della sua sofferenza e conseguentemente lo raffigurò con gli strumenti della sua passione, allo stesso modo volle vedere Giuseppe in una dimensione tutta umana, uomo dunque tra gli uomini, non diverso dagli altri solo perché eletto a rendere testimonianza del grande avvenimento dell’incarnazione” (3).
Ci sono pervenuti due avori, databili al quinto secolo, significativi in tal senso, ambedue provenienti dall’Italia settentrionale: il primo (4) mostra il Bambino nella mangiatoia tra Maria, e Giuseppe, il quale appoggia la destra sulla roccia, mentre con la sinistra impugna un arnese dall’apparenza di una sega. Il secondo è un dittico conservato nel Tesoro del Duomo di Milano: qui l’attributo è chiaramente identificabile come una sega dalla lama a filo dentato.
Una figurazione affine compare nel riquadro di seta sargia, appartenente al tesoro del Sancta Sanctorum al Laterano in Roma, risalente al sesto secolo: Maria e Giuseppe sono descritti frontalmente come negli avori anzidetti. Ma cosa ha originato questa iconografia?
Negli evangeli si fa cenno al mestiere di Giuseppe solo nell’episodio riportato da Matteo: “Non è costui il figlio del falegname?” si chiede di Lui. E ancora: “Non è costui il falegname, il figlio di Maria ?” (5).
Il termine usato dagli evangelisti (téktôn), tradotto con “falegname”, può assumere il significato di “carpentiere” e “fabbro”. L’apologista Giustino nel Dialogo con l’ebreo Trifone, composto intorno al 155, dice espressamente che Gesù faceva aratri di legno e gioghi (6). E nell’apocrifo dello Pseudo-Matteo e nella Storia di Giuseppe falegname si dice espressamente che Giuseppe “era ben istruito nella saggezza e nell’arte della falegnameria” (7).
Le figurazioni precedentemente considerate, attribuite a maestranze del nord-Italia, non erano frutto del caso; una corrente dottrinale, infatti, ha inteso vedere in lui, che lavora per fabbricare oggetti utili, l’immagine del Padre celeste, artefice di tutte le cose, o anche lo Spirito santo, santificatore.
E Massimo il Confessore († 662): “Esercitava il mestiere di carpentiere, esperto nell’arte più di tutti gli altri carpentieri: infatti doveva essere al servizio del vero architetto, il creatore e carpentiere di tutte le creature” (8). Si trattava, in definitiva, di un discorso esegetico che leggeva in chiave simbologica (tipo/anti-tipo) il personaggio e il suo mestiere, ponendolo in stretta relazione con la divinità e la sua opera salvifica: Adamo-Eva = Giuseppe-Maria = Cristo-Chiesa; Dio artefice del creato = Giuseppe artigiano di manufatti.
L’iconografia trasmette sporadicamente questo aspetto di s. Giuseppe faber lignarius: si segnalano due miniature, del XII-XIII sec., relative alla scena del ritorno di Giuseppe dai cantieri, in cui si evidenzia nella prima. una sega (9), e nell’altra un’ascia (10) nelle sue mani.

Sul piano testuale, le fonti d’ispirazione nel medioevo furono principalmente due: la Legenda Aurea (11) del domenicano Jacopo da Varazze, enciclopedica raccolta di vite dei santi a uso dei predicatori, a cui attinsero ampiamente anche gli artisti, e le Meditationes dello Pseudo-Bonaventura (12), opera mistica di ambito francescano, in cui nel capitolo sulla permanenza in Egitto si legge: “trovano una casetta e vi restano per sette anni… Ho letto da qualche parte che la Signora procurava il necessario alla vita per sé e per suo figlio tessendo e cucendo… In più, c’era quel santo vecchietto di Giuseppe che, come falegname, si dava da fare” (13).
Dunque si perpetuava la memoria di una famiglia operosa, in cui i genitori svolgevano lavori manuali.
Tra il XIII e XVI sec. si sviluppò l’interesse per la figura di s. Giuseppe, da parte dei Serviti e dei Francescani, che presero a celebrarne la festa liturgica; è noto, del resto, il ruolo svolto in questo periodo dagli ordini mendicanti, attivi promotori di una pietà essenzialmente cristocentrica, di cui l’arte doveva farsi interprete, traducendo figurativamente gli aspetti di umanità del Dio Bambino.
Si determinò un incremento del culto di s. Giuseppe, figura di testimone e rappresentativo della discendenza davidica, che trovava nell’operosità della bottega evidenziazione e valorizzazione, nel ruolo esemplare di padre e di lavoratore, in cui potevano rispecchiarsi gli artigiani e i capofamiglia (14).
Nel Quattrocento la figura del falegname inizia la sua ascesa, per così dire, comparendo anche isolatamente, svincolata dalle scene di genere, codificate nel tempo. Nella pittura nordica compaiono le prime raffigurazioni: ciò si spiega con l’espansione produttiva del Nord Europa, che lo prese a modello in quanto congeniale allo spirito fattivo e imprenditoriale. E’ sintomatico che Giuseppe, talvolta, veste l’abito della confraternita committente (15).
L’impianto iconografico delle scene dell’infanzia di Cristo conobbe inoltre una considerevole innovazione, nei contenuti e nel linguaggio figurativo, a seguito delle Revelationes di s. Brigida (16) che influenzarono l’operato degli artisti: la religiosa fu destinataria di molte rivelazioni su alcuni episodi della storia sacra, e le nuove figurazioni si imposero sulle precedenti.
S. Giuseppe – da allora - venne raffigurato intento a rifornire di fieno la mangiatoia, di fascine e fuoco l’ambiente comune, coadiuvando i suoi. Seguirà una gamma di rielaborazioni pittoriche, in cui stende, asciuga i panni, cucina e si adopera umanamente.
All’inizio del Cinquecento si ebbero le prime rappresentazioni della bottega del falegname, pittoriche, incisorie, sculture lignee; ricordiamo il Dürer , che nella celebre Sacra Famiglia nel cortile (17) descrive così la scena: Giuseppe è intento a scavare un tronco, Maria cuce accanto alla culla col Bambino, e intorno si muovono angioletti operosi (18).
Il soggetto è, in qualche modo, un capostipite, giacché in quegli anni prese avvio questo tipo iconografico, di ispirazione fiamminga, che conobbe particolare fortuna sia in Italia che in Spagna, Francia, Nord Europa. Pittori di fama vennero chiamati a eseguire il tema devozionale, legato da una parte alla crescente devozione al Bambino Gesù e alla Sacra Famiglia, dall’altro al moltiplicarsi delle Confraternite dei Falegnami nelle varie città.
Determinante era stata la pubblicazione nel 1522 della Summa de donis sancti Joseph del domenicano Isidoro Isolani (19); fece conoscere una storia di Giuseppe che altro non era che la Storia di Giuseppe falegname (20).
Nelle Rivelazioni di Caterina Emmerich (1774-1824), un testo che rispecchia tradizioni e credenze diffuse nel Centro-Europa, si parla del precoce apprendistato di Giuseppe, prima dei vent’anni: “In quei paraggi "Betlemme" — si dice — viveva un vecchio falegname. Giuseppe cominciò a frequentarne il laboratorio e così imparò il mestiere; progrediva perché conosceva la geometria e il disegno, già appresi dal precettore” (21).
L’impulso che il culto conobbe nel secolo scorso, dovuto anche ad iniziative pontificie (22), sollecitò la diffusione dell’iconografia di Giuseppe falegname all’interno della Sacra Famiglia, oggetto di riproposte del tema sia nelle opere “colte”, che nella produzione a diffusione popolare, particolarmente nota attraverso i “santini”.

Sulla scorta di questi elementi narrativi, veicolati da una tradizione secolare, di cui nel tempo si andava tuttavia perdendo cognizione, possiamo enucleare le tipologie iconografiche relative a Gesù apprendista nella bottega di Nazareth, rappresentazioni che lo vedono impegnato nel lavoro artigianale, escludendo quegli aspetti di operosità correlati alla Madre, benché affini per ispirazione.
L’apprendista Gesù presenta queste tipologie:

- collabora alla misurazione e all’esecuzione del lavoro ( A )
- opera prodigi in aiuto del padre ( B )
- fa luce ( C )
- spazza i trucioli ( D )
- lavorante operoso, esecutore di manufatti e di croci ( E )
- con gli strumenti-attributi in funzione simbolica ( F )

 

A - Figg. 1 - 2 - 3 - 4


A - La prima tipologia rimanda a quelle opere d’arte, le “Sacra Famiglia della bottega”, che vedono protagonisti Giuseppe, Maria e il Bambino Gesù: i due genitori compaiono parimenti impegnati nel loro operato ai lati della scena, quando addirittura non è Giuseppe a sopravanzare.
Queste immaginette ebbero larghissima diffusione tramite le pubblicazioni devozionali di ambito giuseppino (23). Il primo santino è copia del quadro di Giovanni Gagliardi del 1890 che si trova nella chiesa del Gesù a Roma. In seguito i pittori Murillo, Rembrant, De Ribera sono stati i modelli di riferimento più diffusi per quanti hanno curato la diffusione della stampa devota.
Conviene soffermare l’attenzione su un dettaglio dell’ultima immagine (fig. 4), in cui si nota l’aratro, eseguito dall’apprendista Gesù, proprio come esprimeva l’apocrifo “Giuseppe, che era falegname e nient’altro, fabbricava con il legno se non gioghi per i buoi, e aratri e arnesi per rivoltare la terra o adatti alla coltivazione, e faceva anche giacigli di legno” (24).

B - Figg. 1 - 2

B - Per la seconda tipologia, si prenderà in esame l’episodio dell’asse allungata, narrata nei vangeli dell’Infanzia: “Giuseppe ordinò di tagliare il legno con una sega di ferro, secondo la misura che egli gli aveva date. Ma costui non rispettò il modello che gli era stato dato e fece un asse più corto dell’altro. E Giuseppe, tutto agitato, si mise a pensare che cosa poteva fare a quel riguardo. Gesù, come lo vide così turbato nelle sue meditazioni, perché lo sbaglio commesso gli sembrava irrimediabile, si rivolse a lui con voce di conforto, dicendo: “ – Vieni: prendiamo le estremità dei due assi, e accostiamoli capo a capo ed uguagliamoli tra di loro; poi li tiriamo verso di noi, perché così potremo renderli uguali. Giuseppe seguì il suo consiglio, poiché sapeva che egli poteva fare qualunque cosa volesse, e prese i capi degli assi, e li appoggiò al muro, vicino a sé, mentre Gesù teneva i capi opposti degli assi e tirava verso se stesso l’asse più corto, fino ad uguagliarlo a quello più lungo” (25).
La scena è narrata con la stessa ingenua freschezza nell’Evangelica Historia (fig. 1), opera trecentesca di ambito lombardo: “Quando Gesù aveva otto anni, Giuseppe faceva il falegname e lavorava col legno. Un giorno un uomo ricco lo pregò dicendo: Signor Giuseppe, vi prego che mi facciate un letto ottimo e bello, e gli fornì il legno per l’opera. Giuseppe preso il legno cominciò a misurarlo: non andava bene però per fare quel mobile, perché l’aveva tagliato (male). Si angustiava Giuseppe, perché non riusciva a fare come voleva.
Il fanciullo Gesù vedendo Giuseppe rattristarsi, gli disse: non angustiarti, ma prendi il legno da un capo e io lo prenderò dall’altro, e lo tirerò quanto possiamo. Fatto questo, Giuseppe si accinse di nuovo a misurare il legno e lo trovò ottimo per quel lavoro. Visto quello che aveva fatto Gesù, Giuseppe lo abbracciò dicendo: Sono felice che Dio mi ha dato un tale fanciullo” (26).
Dello stesso episodio, una rappresentazione identica si può vedere in una xilografia cinquecentesca (27); ma più sorprendente è cogliere l’atto di tensione del falegname, intento a misurare l’asse, coadiuvato dal Bambino imprevedibilmente provvido, in due raffigurazioni ottocentesche, tra loro simili: Giuseppe, consapevole dell’errore, tende il braccio verso il Figlio, con cui è impegnato nella misurazione dell’asse, per sopperire all’inconveniente (figg.2 e 3). Le due raffigurazioni sono ispirate al quadro del Carracci (28).



B - Fig. 3

C - Il pregevole santino con Gesù portalampada del XIXsec. trova riscontri in alcune personalissime soluzioni figurative di Georges de La Tour e di Gherardo delle Notti, dense di messaggi (fig. 1, 2, 3).
Il santino merita, a nostro avviso, un’osservazione attenta: l’asse che viene lavorata ha forma di croce. Sembra che l’artigiano la stia incidendo, proprio nel centro, nel punto d’intersezione dei due bracci.

C - Figg. 1 - 2

Fig. C - 3


D – Nelle figurazioni della “Sacra Famiglia”, vediamo spesso attivi gli angeli (29), in atto di lavorare, spazzare, rassettare, servire il cibo, oltre che suonare strumenti musicali. Già il Dürer li aveva inseriti nella scena ( v. supra, n. 17 ), e dopo di lui molti altri; il fenomeno riguarda numerosi soggetti sacri, evidenziando una linea di tendenza dell’epoca. L’angelo, in presenza del suo Creatore fattosi uomo, assolve compiti terreni, assumendo un ruolo imprevisto, e altrimenti inesprimibile.
Nel volgere di pochi decenni, questo ruolo, svolto da un garzone di bottega, viene affidato a Gesù, come si può vedere in numerose opere artistiche di cui si citano due esempi, pertinenti due “Sacra Famiglia della bottega” (30) , posti a raffronto col santino ottocentesco che mostra Gesù, privo del contesto di riferimento; tale modalità rappresentativa conferma una linea di tendenza che mira ad emblematizzare un tipo iconografico, ad uso devozionale (31).

D - Figg. 1 - 2 - 3


E – Le immagini raffigurano l’apprendista Gesù al lavoro, intento a incidere ( figg. 1- 2 ) una tavola; colto in un momento di sospensione del lavoro, ma con le mani sull’attrezzatura ( fig. 3 ), e in ultimo è impegnato nella lettura del libro, che simbolicamente nel linguaggio iconografico rimanda all’Evangelo, quindi alla storia salvifica: accanto, una vistosa sega, che richiama alla mente la sua attività artigianale secondo la tradizione apocrifa ( fig. 4 ).
Un dettaglio sintomatico: l’abbigliamento dell’apprendista si conforma progressivamente a quello di s. Giuseppe, il quale, dichiarato dalla Chiesa Patrono dei lavoratori, indossa un grembiule da lavoro marrone, riscontrabile nelle immaginette ottocentesche ( fig. A2 ), e che vediamo indossato pure dal Figlio ( figg. 2 - 3), per un processo di omogeneizzazione del tipo iconografico.

E - Figg. 1 - 2 - 3 -4

F - L’ultimo tipo iconografico, che si prende in esame, è quello che mostra l’apprendista Gesù con gli strumenti da lavoro in funzione simbolica: gli strumenti sono pienamente realistici, nell’aspetto descrittivo e funzionale, ma hanno un preciso significato allusivo alla Crocifissione, dunque presagio della Passione.
L’apprendista contempla le piccole croci; sul bancone, il martello e il compasso sovrapposto descrivono una croce, e dietro l’aureola, la trave di sostegno si divarica in due braccia allusive alla crocifissione.
Il ragazzo figura da solo; è un emblema al di là del contesto figurativo: sullo sfondo, attrezzi e tavole ripropongono l’attività artigianale, ma ogni dettaglio, con insistenza studiata, trasmette l’unicità del simbolo, e coinvolge l’osservatore, il devoto, in un dialogo intimo ed emozionale.

A conclusione del nostro percorso iconografico, si è pensato di corredare il testo con brani di cultura orale, che riecheggiano in modo sorprendente, e poetico, gli spunti precedentemente trattati: si è creduto di far cosa opportuna, utilizzando fonti inusuali, che tuttavia risultano funzionali alla lettura e comprensione del processo trasformativo e, in parte, conservativo, che qui si è preso in esame.
La figura del falegname e dell’apprendista Gesù non hanno cessato di trasmettere, a distanza di generazioni, nei linguaggi propri delle diverse culture, il messaggio profondo di cui erano portatori. Queste sopravvivenze lo provano, con la medesima vivezza delle immagini.

Si legge in un testo siciliano:

San Giusippuzzu si susiu matinu
Ppi fari lu servuzzu a manu a manu;
si pigghia l’ascia, la serra e lu filu
A Gesuzzu si pigghia ppi la manu (32)

In uno napoletano:
………….
Benché facci il falegname patirete dela fame
Poiché coteste genti, il valor vonno per niente.
Una cosa vi viene in paro, ch’ho in ordine un telaro
E l’ascio e un scarpello, una serra un martello.
Un chianozzo, e scalpellini per voi poveri pellegrini
E così potete campare anco con tessere, e filare (33)

In un testo calabrese:

E san Giuseppe si levau matinu
Ch’avia di jiri a na parti luntana,
si pigghiau l’ascia, li ferra e lu filu
e puru a lu bambineju di la manu.
Quando arriraru abbasciu a ‘nu jardinu,
si misaru a serrari nta ‘nu chianu.
Nci dissi San Giuseppi a lu Bambinu:
Tira, ch’è curtu, allongami sta travu (34)

In un altro testo siciliano:

Lu signuruzzu, quannu iddu jucava,
suliddu a ‘n’agnunieddu si mintia
tutti i pizzuddi ‘i lignu sca trovava,
tutti ‘n forma di cruci li mintia (35)


Infine in un canto laziale:

Nella pace familiare
La Madonna tesse e prega:
sta Giuseppe a lavorare
con l’accetta e con la sega:
il divino giovinetto
è lì pronto ad obbedir:
sotto quel modesto tetto
c’è una pace da non dir.
Una volta il bambinello
Prese un’asta piccoletta
Prese un altro bastoncello
E ne fece una crocetta (36)


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